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Come la Grande Depressione trasformò i capitalisti in keynesiani

di Kenneth Lipartito
professore di storia alla Florida International University

Rieletto con il 61 per cento dei voti nel 1936, il presidente Franklin D. Roosevelt disse ai suoi sostenitori: “Ora torno a fare quello che chiamano l’equilibrio di bilancio”. Fedele alla sua parola, tagliò la spesa e immediatamente mandò la nazione in una fase di recessione, un declino più marcato rispetto a quello del 1929.

La saggezza ortodossa a Washington nel 1937 rimase il taglio della spesa, la riduzione delle tasse e l’equilibrio di bilancio per ripristinare la fiducia delle imprese. Le tasse punitive sugli investimenti e i guadagni in conto capitale (capital gains) e le “restrizioni irragionevoli” in materia di finanza avevano messo gli uomini d’affari in “uno stato di stagnazione, se non di panico”, sostennero i critici del New Deal. L’incertezza è stata la ragione principale della crisi economica, dichiarò la Camera di Commercio USA. Gli alti funzionari conservatori della National Association of Manufacturers dissero a Roosevelt di porre fine delle politiche socio-assistenziali e di adottare la linea dura con i lavoratori, se voleva ridurre la disoccupazione. Il presidente della Chase National Bank, Winthrop Aldrich, sostenne che era il momento di “smantellare gli elementi anti-imprenditoriali del New Deal”.

Anche molti nell’amministrazione Roosevelt credevano che la fiducia delle imprese fosse la chiave. Il segretario al Tesoro Henry Morgenthau Jr., un amico intimo del presidente, promosse il “punto di vista del Tesoro” (Treasury view), cioè l’idea che la spesa pubblica semplicemente spingesse fuori dall’economia gli investimenti privati. L’unico modo per uscire dalla Grande Depressione, disse Morgenthau “è attraverso il ripristino della fiducia delle imprese”. Il presidente liberal della Securities and Exchange Commission (SEC, l’autorità di controllo della borsa, ndr), William O. Douglas, credeva che i dirigenti aziendali avevano “segnato il passo” e fossero andati in vacanza, piuttosto che investire denaro delle loro imprese. Roosevelt stesso non si scrollò mai completamente di dosso la sua opinione che i bilanci in pareggio fossero una buona cosa. Egli, quando assunse l’incarico [di Presidente] castigò Herbert Hoover (il suo predecessore, ndr) per i grandi deficit durante la campagna elettorale del 1932 e i tagli del 15 per cento ai salari dei lavoratori federali. Il suo comportamento nel 1936 fu completamente nel suo personaggio.

Ma Roosevelt e i sui New Dealers avrebbero poi rinunciato al pensiero convenzionale sulla spesa pubblica. La fiducia delle imprese lasciò il passo alla gestione della domanda quale politica del Partito Democratico. Quella storia è ben nota. Più sorprendente è che i politici e gli economisti liberal sono stati sostenuti da una quantità di imprenditori. Dopo cinque anni della recessione 1937, parte della comunità degli affari aveva formato una “coalizione per la crescita”, centrata sulla proposta che solo la spesa pubblica poteva porre fine alla depressione, e quindi salvare il capitalismo.

Una delle voci imprenditoriali più inaspettate a favore della crescita e la spesa fu un banchiere repubblicano mormone di nome Marriner Eccles. Proveniente da una famiglia benestante dello Utah, Eccles aveva assunto l’attività di costruzioni del padre e l’aveva diversificata nella finanza e in altre aree. La sua azienda era sopravvissuta alla Depressione, ma aveva imparato che l’austerità e il risparmio erano un autogol. “Nella ricerca della salvezza individuale”, scrisse, “stiamo contribuendo alla rovina collettiva”. Le ironie cupi dell’economia della depressione lo avevano portato “faccia a faccia con la proposizione che l’unico modo per uscire dalla depressione era attraverso l’azione dello stato”.

Nominato presidente della Federal Reserve da Roosevelt, Eccles non fu capace di ottenere dai suoi colleghi governatori della Fed una politica monetaria più liberal. Ma fu uno dei primi sostenitori dello stimolo economico keynesiano.

A poco a poco altri business leader giunsero a conclusioni simili a Eccles. Charles E. Wilson, presidente di General Electric, chiese più spesa per ripristinare la piena occupazione. L’industriale progressista Henry Dennison respinse l’ideologia degli uomini d’affari che si aggrappavano al laissez-faire (“lasciar fare”) definendola “il pigro fare”.

Dennison unì le sue forze a quelle di Paul Hoffman della Studebaker, dell’advertising executive William Benton e dei top manager di Eastman Kodak, General Foods, General Motors e Sears nel Comitato per lo Sviluppo economico nel 1942. Temendo che l’economia sarebbe ripiombata in una depressione, una volta finita la seconda guerra mondiale, sostennero uno stato interventista che spendesse denaro per promuovere consumo e occupazione elevati. La loro posizione non era certo radicale, e rivolgevano il loro appello a “tutti coloro che sono interessati a mantenere il sistema delle imprese private e una maggiore libertà personale”. Ma capirono che il capitalismo poteva sopravvivere solo se si fosse adottato un modo per “contrastare le tendenze verso l’alternanza boom/depressione”. Il capitalismo richiede la crescita, con qualsiasi mezzo necessario.

La logica della crescita richiese tempo per penetrare nel resto della comunità imprenditoriale. Anche dopo che la grande ondata di spesa della seconda guerra mondiale spazzò via la disoccupazione, la National Association of Manufacturers e la Camera di Commercio continuarono a sostenere che i disavanzi pubblici sono “distruttori di posti di lavoro”. Questo “pensiero strano”, disse Hoffman alla N.A.M., equivarrebbe a “legarsi ad una economia della scarsità”.

Ma ben presto anche la Camera di Commercio saltò il fosso e si unì alla coalizione per la crescita. Sotto la guida dinamica di Eric Johnston, essa sostenne la legge per la piena occupazione del 1946: un keynesiano, seppur conservatore, abbraccio della spesa pubblica al fine di ridurre il ciclo boom/recessione che Hoffman temeva. Johnston, un veterano ferito della prima guerra mondiale, aveva costruito la più grande macchina di distribuzione nel nord-ovest, partendo come venditore porta a porta di aspirapolveri. Questo imprenditore della “Main Street” (gioco di parole per contrapporre gli imprenditori della grande finanza di Wall Street agli imprenditori comuni, ndr) aveva capito che il capitalismo non può sopravvivere su una dieta da fame. “Non possiamo permetterci di andare nuovamente in tilt”, disse allo staff della Camera di Commercio. “Un’altra depressione significherebbe la perdita del nostro sistema”.

La crescita ebbe la precedenza sul pensiero convenzionale dei bilanci in pareggio e sull’ideologia del mercato che si autoregola. Dopo la seconda guerra mondiale gli Stati Uniti abbracciarono un’economia keynesiana anti-depressione che unì imprese, stato e mondo del lavoro. Quella coalizione sarebbe durata per i successivi 40 anni di prosperità.

traduzione keynesblog.com

Articolo originale su Bloomberg.com

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12 commenti su “Come la Grande Depressione trasformò i capitalisti in keynesiani

  1. mentre è in corsa una crisi tutta interna al sistema bancario.Una crisi alimentata dal debito( denaro virtuale) di una finanza svincolata(dal sistema in cui era tenuta “prigioniera” e cioe io ti presto quello che un altro mi ha depositato (denaro vero) si e messa a produrre debito (denaro virtuale) senza che questo debito producesse ricchezza sociale,cioe buoni investimenti finalizzati al benessere sociale.(cioe è mancata propio la qualita degli investimenti,per altro previsti dalla costituzione .cosi invece che avere vantaggi da questo denaro facile (e cioe scuole migliori tecnologie libere ristrutturazioni delle nostre citta ricerca ecc..) questo denaro a noi pochi vantaggi,mentre a una speculazione fuori fuori controllo sociale e finalizzate solo all,arricchimento personale e patrimoniale..e quindi a spostato capitali dal sistema sociale a quello personale.ma se in questa analisivalutiamo quello che ci dice la prima legge della termodinamica ,e cioe che nulla si crea e nulla si distrugge ,ma tutto si trasforma.abbiamo la certezza assoluta che quello che manca a noi qualcunaltro lo avra in piu e mentre le popolazioni rischiano sempre di piu l,impoverimento,che non e solo impoverimento personale ma e soprattutto decadenza anche di civilta ,e di sistema (infatti gia si incomincia a vedere un certo decadimento tecnologico occidentale . e mentre tutto questo il mondo accademico e costretto a rapportarsi ideologicamente con idee gia nate improponibile.come quello del libersmo e le filosofie che lo hanno alimentato

  2. [...] dei mercati”. Un’espressione alla quale ci siamo abituati da alcuni anni ma che era in voga già ai tempi della Grande Depressione. Nonostante gli sforzi, però, questa “fiducia” non [...]

  3. [...] Delano Roosevelt interruppe la spesa del New Deal e tentò di riportare il bilancio in pareggio successe la stessa identica cosa, con grande disappunto di Keynes, che gli indirizzò una lettera molto piccata.  Non aver imparato [...]

  4. [...] le ha scritte il Centro Studi di Confindustria. Come negli anni ’40, tra gli industriali, qualche ragionamento di buon senso sporadicamente appare. Ma, ci chiediamo, [...]

  5. [...] le ha scritte il Centro Studi di Confindustria. Come negli anni ’40, tra gli industriali, qualche ragionamento di buon senso sporadicamente appare. Ma, ci chiediamo, [...]

  6. [...] In generale i paesi che presentano un alto tasso di diseguaglianza tendono a disinvestire nel benessere collettivo, spendendo troppo poco rispetto a quanto dovuto in istruzione, innovazione ed infrastrutture. Ed oggi gli investimenti pubblici sono particolarmente importanti: aumentano la domanda nel breve periodo e la produttività nel medio termine. Rivolgendo l’attenzione agli Stati Uniti, Stiglitz inoltre sottolinea come proprio una ripresa dell’investimento pubblico nell’istruzione potrebbe riportare in auge il mito del “sogno americano”. In sintesi: è necessario revisionare profondamente le priorità dell’agenda della politica economica, passando dall’obiettivo di riduzione del bilancio pubblico a quello di favorire una migliore distribuzione dei redditi. Gli effetti espansivi che si otterrebbero andrebbero inoltre a beneficio della stessa riduzione del deficit pubblico. E’ la bassa crescita a generare deficit di bilancio pubblico, non il contrario. E conclude: “Possiamo raggiungere il livello di ricchezza diffusa che ha caratterizzato le decadi dopo la Seconda Guerra Mondiale”.  Quei “30 anni d’oro” in cui hanno prevalso negli USA e nel resto del mondo politiche di stampo keynesiano. [...]

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