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Oggi in Spagna, domani in Italia. Come ti distruggo il mondo del lavoro senza creare un posto in più

Mariano Rajoy e Mario Monti

Non è una novità: il diritto del lavoro è terreno di caccia per i detentori del potere politico-economico in tutta Europa. La «modernizzazione» delle relazioni fra lavoratori e impresa è un tassello fondamentale dell’impianto ideologico neoliberista e, dunque, rappresenta uno dei passaggi obbligati per qualunque governante che voglia ingraziarsi il Consenso di Bruxelles, ovverosia della destra egemone a livello comunitario. La cieca determinazione con la quale molti esecutivi continentali attuano la loro «politica di riforme» non ha nulla da invidiare a quella che pervadeva i pianificatori dei paesi del socialismo reale: il buon senso e l’evidenza della realtà non intaccano la fede nei dogmi delle religioni politiche. In Italia, i sedicenti «modernizzatori» dicono che occorre rimuovere l’anomalia rappresentata dall’articolo 18 (definito dal presidente della Camera «un reperto archeologico») per mettere il nostro Paese al passo con quelli più avanzati. Verrebbe da pensare, quindi, che laddove non è previsto il reintegro ci si goda i benefici di una legislazione del lavoro più «europea». E invece no: se non c’è il diritto al reintegro, l’obiettivo da colpire diventa la quota più alta d’indennizzo. Una volta eliminata quest’ultima, arriva il turno della successiva, e via scendendo in una corsa verso l’annullamento delle tutele che non conosce limiti. Un’efficace dimostrazione di ciò la offre la Spagna, dove, come nel nostro Paese, la «riforma» del mercato del lavoro è di stretta attualità. Giovedì scorso il Parlamento ha convalidato il decreto che il Governo conservatore di Mariano Rajoy approvò lo scorso 10 febbraio, che riunisce in sé misure che colpiscono al cuore i diritti dei lavoratori e aumentano notevolmente il potere dell’impresa. Vediamo quali.

1. La parte del leone la fanno le norme sui licenziamenti. In precedenza, se un licenziamento era dichiarato «ingiustificato», l’imprenditore poteva scegliere se reinserire il lavoratore o indennizzarlo con una cifra equivalente a 45 giorni di salario per anno lavorato, più lo stipendio corrispondente al periodo compreso fra il licenziamento e la sentenza. Ora il risarcimento è ben più magro: scende a 33 giorni per anno lavorato e scompare la quota corrispondente ai mesi trascorsi in attesa del pronunciamento del giudice. Ma c’è di più: sarà sempre più difficile che le espulsioni di lavoratori possano esser considerate «ingiustificate», perché cresceranno quelle dovute a «ragioni oggettive», legate cioè all’andamento economico dell’azienda. Il decreto, infatti, allarga di molto le maglie di questa tipologia: all’impresa basterà dimostrare la «diminuzione persistente del suo livello di entrate o vendite», ovverosia per un periodo di «tre trimestri consecutivi». Ciò significa che un’azienda che ha fatto e continua a fare profitti potrà, per il solo fatto di registrare un calo di vendite per nove mesi, licenziare «per ragioni oggettive» e quindi limitarsi a un indennizzo di 20 giorni per anno lavorato (e comunque non più di 12 mensilità).

2. Un’altra importante componente del decreto riguarda la cosiddetta «flessibilità interna». Si tratta di misure che permetteranno all’impresa di disporre a piacimento di una forza lavoro ridotta al rango di merce. Si prenda ad esempio la mobilità geografica: per trasferire un lavoratore, l’imprenditore potrà addurre motivazioni di natura «economica, tecnica e organizzativa», e come tali si considerano quelle relative alla «competitività» dell’impresa stessa. La parola-feticcio del neoliberismo trova la propria consacrazione giuridica. Naturalmente, non si può non chiedersi: cosa si dovrà intendere per «competitività»? Chi determinerà, e come, la sua presenza o assenza? In ogni caso, tutto avverrà per decisone unilaterale dell’impresa, senza previo negoziato: per il lavoratore che non accetta, è pronto l’indennizzo di 20 giorni per anno lavorato. Ma se la mobilità geografica può sembrare un dettaglio (senza esserlo), la «riforma» non si fa mancare un ambito decisamente più delicato. Saranno possibili, anche in questo caso nel nome della «competitività», modifiche sostanziali delle condizioni di lavoro, includendo anche la quantità del salario. Per i renitenti al volere padronale, il solito magro risarcimento.

3. Per quanto riguarda il sistema della contrattazione collettiva, l’accordo aziendale prevarrà, d’ora in avanti, su quello nazionale in materie rilevanti come la definizione del salario-base, gli straordinari, gli orari, i turni e le ferie, e in relazione alle misure per la conciliazione fra vita lavorativa e familiare. Ma è possibile che nemmeno il contratto d’impresa resista come debole argine di fronte allo strapotere aziendale: le nuove norme prevedono infatti che qualunque (!) tipo di contratto collettivo possa essere disapplicato in presenza di motivi economici, come la diminuzione delle entrate per due trimestri consecutivi. In questo caso, il datore di lavoro è obbligato a cercare un accordo con i rappresentanti sindacali, ma in maniera puramente formale: nel caso di mancata intesa, infatti, la parola passa ad un organismo arbitrale la cui decisione sarà vincolante. Non serve essere particolarmente acuti per capire che l’obiettivo perseguito è l’indebolimento sostanziale del potere negoziale delle organizzazioni dei lavoratori.

4. Last but not least, una nuova tipologia di contratto che si propone di «facilitare l’impiego stabile e potenziare l’iniziativa imprenditoriale». In sostanza, si tratta di un contratto «a tempo indefinito», applicabile nelle imprese con meno di 50 addetti (più dell’80% dell’impiego totale in Spagna è concentrato in tali aziende), che prevede che durante il primo anno della sua vigenza il lavoratore possa essere licenziato senza alcuna forma di indennizzo o tutela: si tratta dell’estensione a dodici mesi del periodo di prova, che le regole anteriori fissavano a due o, in certe circostanze, tre. Durante gli eventuali primi tre anni di vita di tale contratto, l’impresa gode di benefici ingenti in termini di riduzioni dei contributi pensionistici. Superata questa fase, è probabile che per l’azienda sia più conveniente liberarsi del lavoratore già contrattato per sostituirlo con uno al quale applicare ex novo il contratto in questione: un’operazione che la legge rende possibile, dal momento che stabilisce il divieto di farlo solo nel caso di licenziamenti «ingiustificati». Circostanza che sarà sempre più rara, perché, come già detto, tre trimestri di calo delle vendite rappresentano delle ragioni «oggettive» per lasciare a casa le persone.

La crisi è, con ogni evidenza, il pretesto per alterare i rapporti di forza all’interno delle imprese. Di queste ultime il padrone deve tornare a poter disporre come meglio l’aggrada, senza “interferenze” dei lavoratori organizzati. E poco importa che le relazioni di lavoro fondate sulla contrattazione collettiva e sul riconoscimento del ruolo del sindacato svolgano una funzione di garanzia a vantaggio anche delle stesse imprese: si pensi al fatto che il senso delle comuni regole sta anche nell’evitare la concorrenza sleale fra aziende che possa nascere, ad esempio, con il dumping salariale. No, quello che preme al potere politico-economico è smontare, costi quel che costi, il sistema sociale nato in Europa nel dopoguerra e affermatosi, in Spagna, grazie alle lotte operaie e sindacali durante l’ultimo periodo del franchismo e consacrato nella Costituzione democratica del 1978.

In una fase di recessione, purtroppo, l’impiego continuerà a distruggersi. E a nulla varrà la «riforma» del governo Rajoy, perché l’occupazione cresce non in virtù delle norme sul mercato del lavoro, ma se ci sono investimenti produttivi. Nei trent’anni di vita democratica spagnola, di cambiamenti nella legislazione in materia se ne contano ben 52, compresi gli ultimi promossi dallo Zapatero della fase declinante: nessuno ha portato ad un posto di lavoro in più. Per capirlo, basterebbe la fotografia della realtà del Paese iberico (che ricorda da vicino quella italiana): con le stesse regole, nei Paesi Baschi c’è un terzo della disoccupazione dell’Andalusia.

A tutto ciò, i sindacati spagnoli hanno deciso di reagire con lo sciopero generale del prossimo 29 marzo. La sfida è difficile ed è impossibile sottovalutare la forza degli avversari, sia «interni» (il Partido popular con la maggioranza assoluta), che «esterni», come la troika che incombe minacciosa su qualunque stato che non viaggi sui binari dell’ortodossia neoliberista. Ma arrendersi non si può e non si deve. Anzi: dall’unificazione delle lotte in Spagna, in Italia, in Portogallo, in Grecia può forse, finalmente, nascere un nuovo movimento europeo, che salvi il Vecchio Continente dal tragico destino cui lo stanno condannando le sue classi dirigenti.

Jacopo Rosatelli, Madrid

Fonte: Italia2013

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2 commenti su “Oggi in Spagna, domani in Italia. Come ti distruggo il mondo del lavoro senza creare un posto in più

  1. oramai si rende necessario cercare di passare al contrattacco prima che la disperazione ci prenda (vedo che in ispagna le politiche neoliberiste ci vanno ancora piu duro che in italia)penso che sia venuto il momento di contarci,per cercare di creare un fronte quando piu unito e possibile per fermare queste che non sono piu politiche di “austerita”,ma veri e propi scempi,e se il fronte non raggiunge dimensioni sovranazionali (almeno nei paesi cosidetti P:I:I:GS)sara dura fermarli..bisogna dar vita a movimenti di salvezza nazionale prima che qualcosa potrebbe inserirsi in questo vuoto

  2. Ricevendo il premier spagnolo Rajoi, Monti si è detto “molto impressionato della riforma del mercato del lavoro” attuata in Spagna.
    Tanto per capire che cosa hanno in mente Supermario e la piangente Fornero.

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