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Una patrimoniale per l’occupazione

In un periodo storico in cui non si lesina di parlare di “sostenibilità” dello sviluppo e di come questo debba diventare l’obiettivo principe dell’azione politica, è bene ricordare che, a maggior ragione, questo non può essere smarrito proprio in un periodo di crisi quale è quello che si sta dispiegando con la massima forza. Ed  è questa, in definitiva, l’ispirazione che anima la proposta di tre economisti italiani, Francesco Scacciati, Guido Ortona ed Ugo Mattei, recentemente pubblicata da Sbilanciamoci.info.

“È bene affermare con tutta chiarezza che la politica economica non deve riguardare solo l’efficienza di un sistema, ma anche la sua equità, e non solo i redditi monetari ma anche il benessere complessivo delle persone. La politica economica deve quindi porsi il problema di come sostenere il reddito, le speranze e la qualità della vita dei soggetti che non possono procurarsi adeguatamente queste cose sul mercato. Il problema non è allora se aumentare l’occupazione pubblica è efficiente o no, ma di come fare a soddisfare quelle tre esigenze nel modo più efficiente. È chiaro che uno schema come quello proposto è superiore a un semplice sussidio di disoccupazione.”

Questa in sostanza è la filosofia che ispira la proposta, la quale, e lo si deve sottolineare, appare anche inusitatamente “efficiente”. Immaginare uno Stato che distribuisce “semplicemente” sussidi non è infatti un bene ne’ per il lavoratore, che, tolto lo stretto momento dell’emergenza può compresibilmente cadere in un profondo stato di demotivazione esistenziale, e nemmeno per il sistema che assisterà al progressivo depauperamento delle potenzialità del suo capitale umano.

Si può fare. Non hanno dubbi i tre citati economisti. E sulla scorta di quanto fin qui chiarito delle motivazioni di fondo della proposta, precisano:

a) l’emergenza occupazionale va affrontata come tale, cioè con provvedimenti di emergenza, che devono durare fino a che dura l’emergenza.
b) È compito dello stato sostituirsi al mercato per creare occupazione.
c) Le risorse per affrontare questa emergenza devono essere sottratte al ricatto dei mercati finanziari. Infatti un aumento del costo del debito implica una riduzione delle risorse pubbliche disponibili, il che fa aumentare la disoccupazione; e contrastare la disoccupazione con nuova spesa pubblica implica un aumento del costo del debito, e così via.
d) Le risorse necessarie devono quindi provenire da una fonte consistente e stabile. La via più percorribile in tempi brevi è la tassazione della ricchezza mediante un’imposta patrimoniale.”

Il punto d) è naturalmente decisivo, perché è sulla reale disponibilità di risorse accertate che si gioca la fattibilità delle proposte. Ma su questo punto i tre spiegano che:

“A quanto riferisce la Banca d’Italia, la ricchezza mobiliare netta degli italiani, cioè quella costituita da moneta e titoli (e non da abitazioni e altri immobili, e calcolata sottraendo i debiti) è di circa 2700 miliardi di euro, di cui almeno il 45% è nelle mani del 10% più ricco. Il costo della manovra suggerita è di poco meno di 12.5 miliardi (includendo una tredicesima mensilità). Ciò implica che il suo costo potrebbe essere coperto con un’imposta patrimoniale media pari allo 0.46%, cioè al 4.6 per mille (nell’ipotesi che i contributi previdenziali vengano interamente pagati da altre fonti, vedi sotto). Per avere un’idea della portata di una simile imposta si consideri quanto segue: un cittadino che disponga di una ricchezza finanziaria di 10.000 euro (un valore piuttosto basso, dato che il patrimonio include ogni tipo di risparmio, compresi i conti correnti bancari) dovrebbe pagare 46 euro all’anno; non c’è motivo per cui non possa essere autorizzato a pagare in dodici rate mensili di tre euro e ottantatre centesimi ciascuna. Ci sentiamo di dire che questo esborso è ampiamente alla sua portata; e lo è quindi, a maggior ragione, quello richiesto ai cittadini dotati di un patrimonio maggiore.”

Questa base, assicurano gli autori, è del tutto fruibile. Non vi sono rischi sostanziali di fuga dei capitali all’estero, e quanto alla nominalità dei patrimoni – questione centrale nelle polemiche che animano il dibattito sulla efficacia dell’applicazione di una patrimoniale, viene ricordato che

“Ogni deposito, sia esso in contanti o in titoli, ha una sua nominalità. La tassazione inciderebbe sul patrimonio indipendentemente da chi ne è il titolare, e può quindi persino essere effettuata in regime di anonimato, come si è fatto per i capitali scudati, anche se secondo noi ciò non sarebbe affatto giusto.”

L’attenzione deve concentrarsi su patrimonio mobiliare

“Perché il patrimonio mobiliare è un indicatore più corretto della ricchezza effettiva. In primo luogo i valori catastali sono poco attendibili; in secondo luogo è relativamente facile che un immobile del valore di, poniamo, 300.000 euro sia un’eredità di famiglia e il suo proprietario non abbia altre risorse, e quindi che il pagamento di un’imposta dello 0.15% (le aliquote sarebbero naturalmente più basse che nel caso in cui venga escluso il patrimonio immobiliare), cioè di 450 euro, sia per lui molto gravoso, o comunque indebitamente più gravoso rispetto a un altro cittadino che possegga un patrimonio di pari entità ma di diversa natura. Inoltre, il patrimonio immobiliare è, di fatto, già gravato da imposte di altro tipo in misura piuttosto consistente. Tuttavia è possibile pensare a schemi che includono anche il patrimonio immobiliare (e quindi, come abbiamo visto, con aliquote più basse) con aliquote progressive e soglie di esenzione.”

Certamente è poi necessario soffermarsi sulle modalità con cui si opera per creare occupazione e sulla qualità della stessa, anche per lasciare effetti permanenti una volta volta finita l’emergenza. In questo senso sono pertanto suggerite “le assunzioni ai settori dei beni pubblici, cioè di quei beni che il settore privato non è in grado di fornire in modo efficiente; essi sono anche quelli in cui si hanno in Italia i maggiori ritardi. Un esempio ovvio è la tutela dell’ambiente, un altro i servizi universalistici di assistenza, per esempio la prevenzione sanitaria sul territorio.” In questo modo modo ri rimederebbe anche “a una grave anomalia italiana, e cioè la carenza di occupazione pubblica (e quindi dei servizi pubblici), come risulta chiaramente dal confronto con i paesi europei paragonabili al nostro.”
Sul cosa fare dei lavoratori assunti con questo schema una volta finita l’emergenza, viene risposto “Nulla. Per definizione l’emergenza sarà finita solo quando il mercato e lo stato saranno in grado di garantire un livello soddisfacente di occupazione. Va inoltre ricordato che il tasso di occupazione (il rapporto tra numero di occupati e popolazione in età lavorativa) in Italia è di gran lunga tra i più bassi d’Europa (56,9% in Italia, 63,8% in Francia, 69,5% nel Regno Unito e 71,1% in Germania).”

In definitiva, concludono i tre autori

“…il trasferimento di somme quasi insignificanti per chi ne dovrebbe sopportare l’onere consentirebbe di raggiungere risultati molto ampi in termini di occupazione. Se si preferisce, che la creazione di un numero molto elevato di posti di lavoro in settori che vengono quasi unanimemente giudicati sottodimensionati costerebbe molto poco. Ciononostante questa ipotesi non viene presa in considerazione dalle forze politiche di governo, a dispetto del suo basso costo. Come mai? A nostro avviso il motivo non è il trasferimento di risorse richiesto dall’operazione (forse solo un fanatico tea partist potrebbe opporsi alla creazione di ottocentomila posti di lavoro utili a un costo così basso), ma la paura di dare allo Stato il compito di creare direttamente dei posti di lavoro. Infatti questa manovra implicherebbe un notevole cambiamento nel pensiero dominante: da un lato l’abbandono dell’idea che l’unico modo per risolvere la crisi è liberare le pure forze del mercato, dall’altro l’accettazione dell’idea che la soluzione della crisi passa per un maggiore e migliore intervento dello Stato. Anche se questa da sempre è stata una discriminante fra sinistra e destra, e pensiamo che sia bene che torni a esserlo, vogliamo sottolineare che la nostra proposta non ha nulla di estremista. Se essa fosse accettata, l’occupazione pubblica resterebbe comunque bassa rispetto agli standard dei paesi europei paragonabili all’Italia, e il trasferimento di reddito sarebbe comunque molto basso, assai meno dell’1% del PIL.”

Leggi l’articolo da Sbilanciamoci.info

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4 commenti su “Una patrimoniale per l’occupazione

  1. Non vedo perché distinguere mobiliare da immobiliare, basta mettere una franchigia al di sotto della quale non si paga (1 milione € ?) e sommare tutti i patrimoni.
    La casa da 300.000 € credo che paghi già l’IMU.

  2. Ovviamente d’accordo sulla necessità di politiche attive del lavoro!!Bisogna dire, per onor del vero, che i redditi di alcuni valori mobiliari sono già tassati, così come parte del patrimonio immobiliare e poi c’è tanta evasione fiscale e contributiva. Si può pensare anche a poltiche di deficit spending, occorrono sicuramente modifiche dei trattati!

  3. In effetti tutto è già tassato…..
    A quessto punto sono contrario all’istituzione i una patrimoniale, perché andrebbe ad aggiungersi ad una pressione fiscale già insostenibile.
    Le operazioni di “ridisegno del carico fiscale in Italia” non vengno fatte per mere ragioni di convenienze elettorali.
    Auspico che qualcosa cambi, ma non credo in questa possibilità.
    Una volta istaurato un nuovo tributo, non c’è nessuno che si farà mai carico di eliminarlo.

    Per quanto concerne le proprietà immobiliari, la tassazion è duplice irpef e IMU.
    Gli effetti sini devastanti sul reddito disponibile, ormai ridotto all’ osso per i contribuenti. E per gli evasori? Be loro dopo le ultime finanziarie si sarannoancora più convinti delle loro “buone” scelte!!!
    Poi Monti va sbandierando l’Equità, ma nonsa proprio di cosa parla!

  4. [...] o aumentando le tasse (ma ciò ne diminuisce l’efficacia, a meno che non si colpiscano solo i soggetti che hanno grandi risparmi) oppure in deficit. La seconda ipotesi è la più efficace ma è più difficile da attuare [...]

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