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Intervista a Francesco Saraceno: “L’Europa deve scomputare gli investimenti pubblici dal deficit. Sbagliate le indicazioni della BCE su flessibilità e salari”

Francesco Saraceno  (fsaraceno.wordpress.com) è un economista italiano che lavora a Parigi presso in centro di ricerca economica Observatoire français des conjonctures économiques occupandosi in particolare di macroeconomia e politica economica. Insieme a Marcello De Cecco, Paul De Grauwe e André Grjebine ha scritto una lettera pubblicata dal Financial Time (e ripubblicata da noi in italiano) chiedendo ai leader europei di perseguire politiche di crescita e riequilibrio delle bilance commerciali tra i paesi dell’UE invece che insistere sull’austerità.

Keynes Blog: Diversi primi ministri europei, tra cui Mario Monti, hanno scritto una lettera, non firmata da Germania e Francia, chiedendo politiche per la crescita alla Commissione europea guidata da Barroso. Al di là dell’indubbio significato politico di una lettera senza la firma di Merkel e Sarkozy, nel merito le misure proposte sembrano insistere molto sul grado di apertura del mercato interno in alcuni settori (come l’energia) e dei mercati esteri. Poco o nulla si dice invece sulle politiche attive per la crescita, a partire dagli investimenti. E’ una nostra impressione o il “focus” è ancora lontano dalla drammaticità della crisi?

Francesco Saraceno: Assolutamente sì. Se da un lato è rassicurante che il problema della sostenibilità del debito sia posto in termini di crescita e non (solo) di rigore nei conti pubblici, l’enfasi eccessiva sulle liberalizzazioni denota un approccio ideologico molto preoccupante. L’esperienza degli scorsi due decenni ci mostra che una crescita equilibrata e durevole si ottiene solo con un mix appropriato di incentivi di mercato e politiche pubbliche. Il “fondamentalismo di mercato” ha fallito tanto quanto l’esperienza dirigista dei paesi dell’Est europeo. É miope e, ripeto, ideologico, non inquietarsi per l’effetto negativo sugli investimenti pubblici che hanno avuto le regole europee. Una vera “golden rule”, che escludesse dal computo del deficit gli investimenti pubblici, coniugherebbe la sostenibilità di bilancio con il sostegno alla crescita.

Keynes Blog: Nella vostra lettera mettete in risalto il problema dello squilibrio delle bilance commerciali tra i paesi forti dell’Europa e i paesi periferici. In linguaggio non tecnico vuol dire che noi importiamo troppo dalla Germania ed esportiamo troppo poco. Quali sono i fattori che hanno determinato o agevolato questa situazione?

Francesco Saraceno: Ci sono due ordini diversi di ragioni. Il primo è la perdita di competitività delle economie periferiche, da sempre più prone all’inflazione. In passato i differenziali di inflazione (che hanno cause complesse e spesso strutturali) venivano periodicamente riazzerati con svalutazioni della lira, della dracma e così via. Da quando abbiamo l’euro, questa via d’uscita “facile” è preclusa. E non sono convinto che questo sia negativo, perché per esempio in Italia lo scudo delle svalutazioni permetteva al sistema delle imprese di “vivere di rendita” invece di investire in ricerca, innovazione, competitività di prodotto. Inoltre, l’inefficienza del settore pubblico era anch’essa in qualche modo nascosta dalle svalutazioni periodiche. Quindi, c’è una “colpa” nostra (in compagnia con Grecia, Spagna, Portogallo, etc): non abbiamo capito che le regole del gioco erano cambiate, e che la nostra politica, e il nostro sistema produttivo, dovevano adeguarsi.
Ma la storia non finisce qui, come i nostri amici tedeschi vorrebbero farci credere. C’è anche un problema di squilibri tra domanda domestica ed esterna, per la quale il problema dei paesi periferici è speculare al problema dei paesi del centro (Germania in testa). L’eccesso di debito dei paesi periferici è stato reso possibile, tra l’altro, dall’eccesso di risparmio del centro. I deficit Greco, Spagnolo, Irlandese (l’Italia è un caso un po’ più complesso), non sono altro che l’immagine speculare dell’insufficienza di domanda domestica da parte della Germania.
La compressione dei salari ha ridotto la spesa privata, mentre l’eccessiva disciplina di bilancio riduceva quella pubblica. Con il risultato che, senza lo sbocco delle esportazioni (principalmente nel resto della zona euro), la Germania non avrebbe mai potuto crescere come ha fatto. E come si fa a domandare agli altri paesi della zona euro di fare lo stesso? Come si può immaginare che la seconda (o la prima se si considerano i 27) economia del mondo possa crescere solo se trainata dalle esportazioni? Questo è il maggior rimprovero che mi sento di fare alla Germania: di aver portato una mentalità da piccolo paese dentro la zona euro. Prima si convinceranno che la crescita deve essere domestica, meglio sarà per noi tutti
Trovo poi che ci sia un’altra ragione importante della crisi attuale, non sufficientemente evidenziata. Il trend verso una crescente disuguaglianza. Anche prescindendo dai problemi etici che pone, la disuguaglianza ha anche effetti deleteri sull’efficacità economica. Togliendo a chi spende (i poveri e le classi medie) per dare a chi risparmia (i ricchi), si ottiene l’effetto di indebolire la domanda aggregata. In alcuni paesi a questo si è ovviato rendendo semplice l’indebitamento. In altri, cercando la crescita nelle esportazioni. Ribilanciare la crescita, nel lungo periodo, significa anche invertire il trend, e riandare verso una distribuzione del reddito meno diseguale. Ripeto, questo a prescindere dalle considerazioni etiche che sono personali.

Keynes Blog: Quali potrebbero invece essere i rimedi? La maggiore apertura del mercato interno è sufficiente, o servirebbe una qualche regolamentazione differente?

Francesco Saraceno: La risposta è in un mix delle due risposte precedenti: nei paesi con finanze pubbliche deteriorate, bisognerebbe avere un rientro graduale dal deficit (molto più graduale di quanto non sarebbe imposto dal cosiddetto “fiscal compact”), mentre i paesi che lo possono fare, in particolare la Germania, dovrebbero espandere la domanda domestica per sostenere la crescita della zona euro nel suo insieme. Su tutto questo dovrebbe innestarsi una regola fiscale che consentisse di non penalizzare gli investimenti pubblici, e, in alcuni paesi, riforme strutturali che rilancino la crescita di lungo periodo. Su quest’ultimo punto mi sentirei di aggiungere che, come già notato da voi, l’insistenza sulla flessibilità del mercato del lavoro è sproporzionata, rispetto alle mille strozzature che affliggono il mercato dei beni e dei servizi. Il furore sull’articolo 18 è a mio avviso ideologico, se si considera che le imprese (soprattutto medie e piccole) faticano ad accedere al credito, ad una pubblica amministrazione efficiente, ad un mercato dei beni più competitivo.

Keynes Blog: In molti hanno avanzato l’idea degli Eurobond come mezzo sia per condividere il debito pubblico dei singoli stati a livello federale, sia come strumento per rilanciare gli investimenti pubblici nel paesi periferici. Pensa che una proposta del genere vada nella giusta direzione?

Francesco Saraceno: Sono convinto non da oggi che il problema di base della governance europea sia quello della “bella incompiuta”. Siamo in mezzo ad un guado, allo stesso tempo troppo integrati per le istituzioni che abbiamo, e non sufficientemente uniti per gestire un’economia così integrata. Questo vuol dire che o si ritorna indietro, (ri)trasformando l’Europa in una semplice area di libero scambio (quella che chiamerei la soluzione inglese), o si procede risoluti verso una soluzione federale. Io preferisco nettamente questa seconda soluzione: degli Stati Uniti d’Europa, con un bilancio federale, un governo, eletto dai cittadini e quindi democraticamente rappresentativo, capace di interagire con la BCE, nel rispetto dell’autonomia rispettiva, e una politica economica “Europea”. Questo è oggi utopico, per cui qualunque soluzione surrogata (gli eurobond, un sistema di trasferimenti fiscali, un sistema di tasse europee), sono più che benvenuti. Ognuno di questi strumenti ha pro e contro, e ad ognuno di essi sarebbe preferibile una soluzione propriamente federale. Ma visto che non viviamo in un mondo ideale…

Keynes Blog: La BCE nel suo ultimo report suggerisce maggiore flessibilità salariale e delle regole del mercato del lavoro. In particolare sulla flessibilità salariale lei è coautore di un paper che sembra estendere le considerazioni di Keynes sul fatto che questa può facilmente trasformarsi in un boomerang. Ci spiega, il termini accessibili ad un pubblico non accademico, il perché?

Francesco Saraceno: L’idea originaria di Keynes, esposta magistralmente nel capitolo XIX della Teoria Generale, è che la disoccupazione sia dovuta ad un’insufficienza di domanda, che implica invenduto da parte delle imprese , e quindi licenziamenti e disoccupazione. Keynes discute come questa insufficienza non abbia origine nel mercato del lavoro (ad esempio perché i salari sono rigidi, o troppo alti). Il problema, dice Keynes, risiede in tassi di interesse troppo alti, e/o eccessiva incertezza. Questi spingono imprese e famiglie a non consumare, e a “tesoreggiare” nell’unica attività di cui il valore sia noto (la moneta). Il problema, conclude Keynes, non può essere risolto intervenendo dal lato dell’offerta, sul mercato del lavoro, ma rimettendo in moto la domanda. Keynes mette addirittura in guardia sul fatto che la riduzione dei salari non solo sarebbe inefficace, ma dannosa, esacerbando il problema dell’insufficienza di domanda: se riduco il reddito dei lavoratori, e se gli tolgo la certezza sull’impiego futuro, essi ridurranno la loro spesa, esacerbando la carenza di domanda, e creando ulteriori problemi alle imprese, che a loro volta dovrebbero ridurre salari ed occupazione, e così via. Tentare di risolvere un problema di domanda insufficiente intervenendo sul mercato del lavoro avrebbe il solo effetto di innescare una spirale deflattiva: riduzione dei salari, riduzione della domanda, disoccupazione, riduzione dei salari, eccetera eccetera.
Per far ripartire l’economia, conclude Keynes, occorre fornire moneta agli agenti (che così possono riprendere consumo e investimento); oppure, nei casi in cui il settore privato assorba la moneta senza spenderla (la “trappola della liquidità”), il governo deve compensare l’insufficienza di domanda privata con spesa pubblica. Questa consentirebbe di sostenere la domanda aggregata e l’attività economica, così riducendo l’incertezza e sostenendo i salari. Quando grazie al sostegno pubblico la domanda privata ripartisse, la spesa pubblica andrebbe ridotta. I profeti del rigore dovrebbero ricordare questa cosa: Keynes non difende la spesa pubblica ad oltranza, ma solo un suo uso ciclico, a sostegno della domanda aggregata in sostituzione di una domanda privata che per le ragioni più diverse dovesse mancare.
Nell’articolo cui voi fate riferimento noi estendiamo il discorso di Keynes ad un contesto di disequilibrio (un quadro di riferimento non troppo amato dagli economisti mainstream).

Keynes Blog: In breve, se lei fosse il ministro dell’economia italiano, quali sarebbero i primi provvedimenti che prenderebbe?

Francesco Saraceno: Domanda difficile, il passaggio dalla teoria alla pratica è sempre problematico. Coerentemente con quanto ho detto sopra:

  • nel breve periodo pretenderei dai partner europei di accettare un sentiero di rientro dal debito molto più lungo dell’orizzonte 2013 per il pareggio di bilancio. Oggi abbiamo bisogno di sostegno pubblico alla domanda, in assenza di consumi ed investimenti privati;
  • mi batterei inoltre per l’esclusione delle spese per investimento dal computo del deficit. Con annessa concertazione a livello europeo per definire cosa sia l’investimento pubblico (i salari dei professori, sono spesa corrente o investimento in capitale umano?);
  • infine domanderei ai nostri partner europei di avere, a livello generale, delle politiche di sostegno alla domanda (quindi, oggi, un’espansione in Germania e negli altri paesi con eccesso di risparmio).

Sul piano interno:

  • in primo luogo farei pesare l’aggiustamento sui redditi elevati (premesso che i redditi elevati devono essere appropriatamente identificati. Penso che l’azione di contrasto all’evasione del governo Monti sia da sostenere). E in generale, come dicevo sopra, invertire il trend verso la crescente diseguaglianza;
  • in secondo luogo, su un orizzonte più lungo, mi batterei per le liberalizzazioni nei mercati di beni e servizi colpendo le posizioni createsi in questi anni attraverso i cartelli tra grandi soggetti, posizioni che minano la crescita economica, piuttosto che deregolamentare il mercato del lavoro che invece è sostanzialmente dipendente dalla crescita.
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6 commenti su “Intervista a Francesco Saraceno: “L’Europa deve scomputare gli investimenti pubblici dal deficit. Sbagliate le indicazioni della BCE su flessibilità e salari”

  1. Quando si parla di “crescita economica” in paesi come l’Italia, bisogna capire che il vero ostacolo è l’euro. Innanzitutto perchè è una moneta che non ha alle spalle una nazione. Poi, a ben guardare, non ha alle spalle neanche una Banca Centrale che possa difenderla efficacemente dagli attacchi speculativi. Con l’euro, inoltre, la Germania ha svalutato competitivamente la propria moneta, mentre Italia e Grecia hanno rivalutato le loro monete danneggiando le esportazioni e minando irrimediabilmente la crescita economica. In sostanza, l’euro è una “moneta artificiale” che non doveva neanche nascere: se l’Europa ha 20 stati nazionali, devono esistere 20 monete diverse e 20 banche centrali nazionali.
    Citato:
    “in Italia lo scudo delle svalutazioni permetteva al sistema delle imprese di vivere di rendita invece di investire in ricerca, innovazione, competitività di prodotto”.
    Lo “scudo della svalutazione” ha aiutato molto le imprese italiane, se queste ultime non hanno investito non è stata colpa della svalutazione ma del “nanismo” delle imprese italiane. Quando si hanno moltissime imprese in fascia medio-piccola non si è in grado di competere coi grandi gruppi monopolistici (né sul piano dei prezzi, né sul piano dell’innovazione). La dimensione di impresa è fondamentale per la competitività.

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  3. questo articolo articolo parla di tante cose che per poterlo commentare ci vorrebbero pagine intere ma vorrei soffermarmi a due cose uno al calo del potere di acquisto dei salari e mi suona strano che su questo punto il dottore non ha precisato che la perdita del potere di acquisto dei salari sia stato sostenuto dal credito facile che ha sostenuto la domanda con il debito (mentre una sana e impopolare austerita sicuramente avrebbe fatto meglio all,economia.il secondo punto e vero che la svalutazione e stato un po lo scudo che non ci faceva globalmente innovare ma e vero altrettanto che evavemo eccellenze riconosciuto.inoltre penso che siano state molto le politiche di sostegno a certe aziende che hanno sperperato invece di innovare.(e guarda caso sono quelle che adesso fanno la voce grossa)

    • mentre una sana e impopolare austerita sicuramente avrebbe fatto meglio all,economia

      L’idea di rinvigorire il potere di acquisto dei salari (eventualmente agendo principalmente sul salario indiretto se si temono effetti inflattivi) non la sfiora per nulla?

      penso che siano state molto le politiche di sostegno a certe aziende che hanno sperperato invece di innovare

      Più che altro c’è stata la tendenza a riconoscere alle aziende degli incentivi prescindendo da cosa e come producono. Invece gli aiuti statali, in tempi “normali”, devono essere il più possibile mirati: ricerca, riconversione ambientale e, nel caso italiano, concentrazione del capitale e crescita dimensionale. Invece noi abbiamo pensato che “piccolo è bello”, che “la piccola impresa è la nostra forza”. Invece è parte del nostro problema.

      • ha ragione e concordo d,altronte penso che finanziare le economie sia propio quello che le banche devono fare a patto che gli indirizzi siano chiari.d,altronte il mio era un commento che tendeva piu che altro altro ad evidenziare gli effetti negativi del sostegno ai consumi retto solo dal debito .un commento certamente non ti permette di essere piu preciso .la saluto signor guiodic

  4. [...] Che la Grecia sia in una situazione drammatica lo si può apprendere leggendo i giornali. Ma per sapere quanto drammatica sia, è sempre opportuno mostrare i dati. E’ ciò che ha fatto Francesco Saraceno, economista italiano presso l’Observatoire français des conjonctures économiques di Parigi, già noto ai lettori di Keynes Blog. [...]

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