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Keynes: “Occorre combattere la disoccupazione per risanare il bilancio”

“E’ un grossolano errore credere che le politiche per aumentare l’occupazione e quelle per portare il bilancio in equilibrio siano incompatibili. E’ vero piuttosto il contrario. Non c’è possibilità di equilibrare il bilancio eccetto che con l’aumentare il reddito nazionale, che corrisponde in gran parte ad un incremento di occupazione [...]

Perché questo genere d’approccio appare a tanti così nuovo, bizzarro, paradossale? L’unica risposta che so trovare è che tutte le nostre idee di economia, instillate in noi dall’educazione, l’ambiente e la tradizione sono, che ne siamo consapevoli o no, imbevute di presupposti teorici applicabili propriamente solo ad una società in equilibrio, con tutte le risorse produttive impiegate. Molta gente cerca di risolvere il problema della disoccupazione con una teoria che si basa sull’assunzione che non vi sia disoccupazione.”

J.M.Keynes, “I mezzi per raggiungere la prosperità”, 1933. Questo scritto, contenente tra l’altro l’analisi del “moltiplicatore keynesiano” fu inviato dal direttore del Times al neoeletto presidente F.D.Roosevelt e costituì l’ispirazione del New Deal.

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Un commento su “Keynes: “Occorre combattere la disoccupazione per risanare il bilancio”

  1. L’economia vista dai contadini

    L’aneddoto dei due contadini poveri: il primo aveva soltanto sementi per metá dei suoi campi, non voleva indebitarsi, seminó quello che aveva, lavoró un giorno si ed uno no, tempo lasciando metá dei campi incolti. La sua famiglia fece la fame e per riuscire ad arrivare alla fine dell’anno dovette farsi prestar soldi ed acquistare i prodotti da altri contadini.
    L’anno dopo seminó soltanto la terza parte dei campi, e dopo un paio d’anni, avendo accumulato debiti che non poteva onorare, dovette vendere i campi e finí come bracciante a lavorare un giorno sí ed uno no, sfruttato da un latifondista.
    Anche il secondo contadino non aveva abbastanza soldi per le sementi, ma si indebitó per acquistarle, e coltivò tutti i suoi campi. Ebbe un raccolto normale e non dimezzato come il suo compare, e nel corso di un paio di annate riuscí a pagare il debito.
    Come si deduce da questo aneddoto che sovente mio padre (di origini contadine) mi raccontava, non sono i debiti a rovinare la gente ma il modo in cui vengono fatti e soprattutto il momento giusto.
    Mutatis mutandis il ragionamento si può estendere anche all’economia di intere nazioni, e anche un bambino ne può dedurre che é esattamente la disoccupazione l’origine dei problemi e non il debito. Lavorando, i debiti si possono pagare, mentre riducendo lavoro ed investimenti si va verso la sicura rovina.
    C’è soltanto un particolare che non torna nel confronto: il contadino dell’aneddoto non si fece prestare i soldi dal FMI ma da un compare onesto, ad interessi sopportabili. Costui, a differenza del FMI, non aveva interesse a promuovere il transfer dai poveri ai ricchi ma voleva evitare che un compaesano perdesse la terra a favore di un latifondista che poi, col tempo, espropriando altri contadini e riducendoli a braccianti, gli facesse concorrenza producento a basso costo, riducendo i prezzi dei prodotti, rovinando man mano tutti i liberi contadini e costringendoli a vedere le loro terre e divenire a loro volta braccianti.
    Morale: il vero cancro delle economie é la deregolarizzazione del sistema bancario, iniziato negli anni ’70 e che ha capovolto le funzioni delle banche: da strumenti di raccolta del risparmio per incanalarlo a fini di investimenti produttivi a bische per giochi d’azzardo ad unico vantaggio di pochi a danno dei risparmiatori e del sistema economico tutto. Una descrizione magistrale di come questa degenerazione é stata posta in atto basta si trova nel documentatissimo libro “Freefall” del Nobel dell’economia Joseph Stiglitz) e il FMI, che secondo i gusti può essere definito o cancro o droga dell’economia mondiale, in ambedue i casi strumento con effetti devastanti.

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