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La flessibilità del lavoro deprime la domanda aggregata e la crescita

In quali termini un’azione sul mercato del lavoro potrebbe influenzare positivamente il rilancio dell’economia? Semplice: dovrebbe aumentare l’occupazione e agire favorevolmente sui livelli retributivi (o perlomeno non peggiorarli). Si otterrebbe in questo modo un aumento della domanda aggregata.

Purtroppo quanto accaduto sinora (e di conseguenza quanto si prospetta sulla base della discussione in merito all’articolo 18) non è andato in questa direzione, come ci dimostrano le evidenze disponibili sulle relazioni tra variazione dell’occupazione, variazioni salariali ed indicatori della flessibilità del mercato del lavoro.

E’ questo il nodo centrale dell’articolo di Marco Elia pubblicato da Economia e Politica.

Il punto, fondamentale è che la flessibilità deprime la domanda aggregata per effetto di un trasferimento delle quote dei salari ai profitti, anche a parità di tassi di occupazione.
Nello studio l’autore evidenzia in particolare due punti:

  • “Il lavoro flessibile influenza il labour share attraverso due fondamentali vie: da una parte i lavori flessibili sono pagati meno, anche a parità di mansioni svolte, e dall’altra la presenza di una sempre più larga componente della forza lavoro impiegata con tali tipologie contrattuali pone il lavoro dipendente, anche quello non flessibile, in grosse difficoltà nel confronto con il capitale”.
  • “ ..non esiste a livello internazionale alcuna significativa correlazione statistica tra l’aumento della flessibilità e la diminuzione della disoccupazione generale”.

A tutto ciò si aggiunge peraltro il fatto che i tassi di disoccupazione dei cosiddetti oustsiders esprimono una correlazione statisticamente significativa con la disoccupazione complessiva di ogni singolo contesto nazionale e non con il suo livello di flessibilità. In altri termini “per migliorare la condizione dei giovani e delle donne è necessario che i sistemi economico-produttivi, in ogni paese, generino più occupazione per tutto il lavoro dipendente (cosa che la flessibilità non è in grado di assicurare), non essendo affatto necessario che gli outsiders siano costretti a lavorare con contratti flessibili a basso salario.” Ne consegue dunque che “la stessa interpretazione degli interessi di specifici segmenti della forza lavoro come di interessi contrapposti a quelli di una presunta maggioranza indebitamente supertutelata, alla prova dei fatti, si dimostra fuorviante e scorretta.”

Nello specifico dell’Italia è possibile infine mostrare che essa “è uno di quei paesi in cui, nell’ultimo decennio, più si è sviluppata la flessibilità occupazionale. A confermarlo vi sono i dati relativi alla percentuale di occupati con tali modalità contrattuali, così come l’evoluzione degli indici di protezione dell’impiego utilizzati dall’OCSE per analizzare i cambiamenti nel mercato del lavoro dei singoli contesti nazionali; ad una riduzione di tali indici corrisponde un aumento della flessibilità occupazionale. L’Italia, in tal senso, è il paese in cui si è avuta la più intensa riduzione dell’indice di protezione per l’impiego a tempo determinato. A seguito della riduzione ora evidenziata l’indice di protezione dell’impiego a tempo determinato italiano risulta essere pienamente in linea con quello degli altri paesi UE. A ciò va aggiunto che oltre ad un indice per il lavoro a tempo determinato l’OCSE utilizza anche un indice di protezione per il lavoro a tempo indeterminato. Il valore di quest’ultimo indice in Italia è particolarmente basso (il più basso dopo quello della Gran Bretagna, dell’Irlanda e della Danimarca)” e di conseguenza “la tesi, da più parti sostenuta, di una particolare rigidità del mercato del lavoro italiano sembra essere decisamente da accantonare.”

La capacità di rilancio dello sviluppo che avrebbero le attuali proposte di riforma del mercato del lavoro, nel senso di un aumento di una presunta scarsa flessibilità di quest’ultimo, si rivelerebbero dunque non solo inefficaci rispetto all’obiettivo dello sviluppo, ma perfino dannose, dati gli effetti depressivi sulla domanda aggregata, per giunta senza affatto difendere gli interessi dei cosiddetti outsiders.

Leggi l’articolo su Economia e Politica

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2 commenti su “La flessibilità del lavoro deprime la domanda aggregata e la crescita

  1. [...] impatti positivi sulla produttività, come non li hanno avuti in passato, mentre risulterebbero nocive sul lato della domanda aggregata. Condividi:FacebookTwitterLinkedInTumblrEmailStampaLike this:LikeBe the first to like this post. [...]

  2. [...] La discussione pubblica si sta quindi svolgendo sul lato sbagliato dei fattori produttivi. Riforme che tendessero a precarizzare ulteriormente il lavoro e/o ridurre i salari effettivamente percepiti, non avrebbero probabilmente impatti positivi sulla produttività, come non li hanno avuti in passato, mentre risulterebbero nocive sul lato della domanda aggregata. [...]

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